1.Consigliare i dubbiosi – 2. Insegnare a chi non sa’- 3. …
“Risvegliano in noi l’esigenza e la capacità di rendere viva e operosa la fede con la carità. Sono convinto che attraverso questi semplici gesti quotidiani possiamo compiere una vera rivoluzione culturale, come è stato in passato. Se ognuno di noi, ogni giorno, ne fa una di queste, questa sarà una rivoluzione !
(Papa Francesco)
Chi sono oggi gli ignoranti, dunque i destinatari di questa opera di misericordia spirituale?
O meglio, si può ancora parlare di ignoranza in questo tempo di connessioni globali e intelligenza artificiale? La conoscenza vera non è solo un insieme di informazioni accumulate una sull’altra, ma dalla
capacità di passare da un sapere le cose ad un vivere in modo diverso, ad un guardare il mondo e le
persone con altri occhi, a partire da quel sapere. Dunque un sapere che dia alla vita un sapore differente. Ecco perché ciascuno di noi sarà sempre un po’ ignorante: proprio perché le tante cose che impariamo, sappiamo, immagazziniamo, … non diventano subito sapienza di vita. Se non attraverso l’aiuto di qualcuno che ci insegni.
Ed eccoci allora al secondo termine del nome di questa opere di misericordia: l’insegnamento. Dice Plutarco, filosofo greco: “il maestro non è uno che riempie un sacco, ma uno che accende delle fiamme”, a dire che insegnare non è certo predeterminare il destino di qualcuno, ma allargare i suoi orizzonti, sprigionare in lui immensi interessi, spalancare i suoi occhi sulla bellezza sconfinata della realtà. E perché questo avvenga è necessario che l’insegnamento passi attraverso l’istruzione che è un po’ costruire una struttura ordinata fatta secondo una logica precisa e sequenziale. E dopo l’istruzione anche l’acquisizione di un metodo attraverso il quale determinati contenuti vengono acquisiti e “saputi”. Un sapere che diventa capace di orientare, cioè di far volgere lo sguardo verso la luce, l’oriente da dove sorge il sole, senza aver paura del buio della non conoscenza, visto che è di notte che le stelle si vedono meglio. Per arrivare ad addomesticare, cioè a far sì che la persona si senta a casa nel mondo che abita, sentendolo affidabile e attendibile. Ed infine per abituare, cioè a far sì che ciò che si è imparato e conosciuto divenga gesto ripetuto – habitus in latino – e dunque abitudine che rivela chi noi siamo, agli altri e a noi stessi. Il tutto per dire che insegnare è dare tempo perché ciascuno possa scoprire le proprie inclinazioni e lavorarci sopra in modo costante e regolare.
(Don Roberto Davanzo)
