Di fronte alla scelta della Regione Veneto di approvare una legge che organizza il suicidio medicalmente assistito attraverso le strutture del Servizio Sanitario Nazionale in Regione, è opportuno tornare a interrogarsi su quale sia la funzione della sanità pubblica in una società che si definisce civile. L’esperienza consolidata attesta che, nel tempo del dolore, il malato attende prima di tutto vicinanza, aiuto e solidarietà. Per tali motivi aiutare qualcuno che lo richieda a sopprimere la propria vita, anche gravemente sofferente, non si presenta come alternativa razionale all’accompagnamento delle persone fragili di cui la medicina sempre si è presa cura.
“Conquista di civiltà” non può essere la soppressione della vita ma, piuttosto, la cura per alleviare la sofferenza davanti al grido di dolore che si solleva dal malato anche quando questi sembra arrendersi. Ed è proprio allora che necessita di maggiore attenzione e vicinanza. In queste circostanze il malato non ha bisogno, dietro argomentazioni in apparenza pietose, di atteggiamenti che lo convincano a chiedere di congedarsi.
Al cospetto di situazioni complesse e drammatiche, il suicidio assistito assume il significato di una scelta che non tiene adeguatamente conto della struttura intrinsecamente relazionale e sociale della persona. Nello stesso tempo tale opzione orienta la cultura e il sistema sanitario verso una progressiva estenuazione dell’etica della cura e della prossimità, disattendendo di fatto quanto oggi efficacemente garantisce la medicina della terapia del dolore e delle cure palliative insieme a varie modalità di assistenza domiciliare, sostegno ed accompagnamento. In tal modo vi è un oggettivo salto qualitativo che trasforma l’eccezione in una prestazione.
La sofferenza attraversata da tanti nostri malati è difficile da comprendere… Alle persone in condizione di fragilità e ai loro familiari esprimiamo la nostra fraterna vicinanza, in particolare attraverso la preghiera. La Chiesa, sempre attenta alle sofferenze umane dell’anima e del corpo, rigetta ogni forma di accanimento terapeutico, ascolta la voce dei poveri e dei fragili e invita tutti, con empatia e desiderio di sincero dialogo, a ripensare le complesse questioni relative al fine vita al di fuori di ogni prospettiva ideologica. L’impegno è ricostruire una cultura della prossimità e dell’accoglienza, specialmente nella gestione delle fasi terminali della vita.
Riaffermiamo il valore della dignità della vita umana, tutelato anche dalla Costituzione, e ribadiamo che non può sussistere un “diritto a morire”, ma piuttosto quello di essere sempre curati e assistiti, sempre accompagnati e mai lasciati soli.
I vostri Vescovi del Triveneto
