- Consigliare i dubbiosi –
- Insegnare a chi non sa’-
- Ammonire i peccatori –
- Consolare gli afflitti –
- Perdonare le offese –
- Sopportare le persone moleste –
- PREGARE DIO PER I VIVI E PER I MORTI.
Solo questa opera, sottintende una fede religiosa. Tutte le altre indicano un atteggiamento etico realistico e “laico”: di fronte alle componenti brutte dell’esistenza umana, bisogna sporcarsi le mani. Di fronte a un corpo e a una vita che soffre, qualunque sia la ragione, devo fare qualcosa, perché quel corpo funziona come il mio, quella vita vale quanto la mia, e star male non piace a nessuno. Ma alla fine dell’elenco, quand’anche fossimo così bravi, attenti e sensibili da riuscire a presidiare le innumerevoli situazioni di povertà e di disagio, dobbiamo riconoscere il nostro limite e l’eccedenza della sofferenza nel mondo rispetto alla sovrabbondanza della misericordia che le opere mettono in circolo.
Allora, il senso bello di questa ultima opera è quello di avvolgere i tanti gesti di misericordia in una relazione stabile con quel Dio che si presenta come “clemente e misericordioso”, capace di “ascoltare il grido dei poveri” al quale consegnare il poco che riusciamo a metter in gioco affinché sia lui a moltiplicarlo come già fece suo Figlio Gesù sulle sponde del lago di Tiberiade con i cinque pani e i due pesci che furono sufficienti a sfamare una folla innumerevole.
Pregare Dio per i vivi e per i morti diventa un’opera di misericordia per noi, bisognosi di essere salvati dal duplice rischio di una superbia narcisistica che ci fa ritenere i salvatori del mondo, e da quello di una depressione rinunciataria che si affaccia non appena il nostro egoismo e comunque i nostri limiti ci espongono alla bruciante constatazione della nostra inadeguatezza. È importante sapere che non siamo soli nell’esercizio della misericordia e che in Dio abbiamo un alleato formidabile.
“Per i vivi e per i morti”. Un binomio che sta ad indicare totalità, che la misericordia se è vera non tollera esclusioni…, senza graduatorie che non siano dettate dall’urgenza del bisogno. Ma la cosa affascinante è che – per chi ha il dono inestimabile della fede – la misericordia va esercitata anche a favore di quanti, vissuto il grande passaggio della morte, in qualche modo “attendono” il pieno compimento della loro Pasqua e l’accesso definitivo all’incontro con Dio.
Anche di loro noi possiamo occuparci e del loro cammino di purificazione dobbiamo farci carico.
La relazione con i “morti” non viene interrotta e possiamo continuare a volerci bene, nella memoria e nella preghiera.
(Don Roberto Davanzo)
